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05.01.2007

32// Kenia. Tra le giovani ospiti della casa di Anita a Ngong

di padre Kizito Sesana, Famiglia Cristiana

 

NAIROBI - Lucy ha un sorriso sbarazzino che la rende irresistibile. Ha 12 anni e un’esperienza di vita che ne vale cento. Oggi, però, fame e abusi se li è buttati alle spalle, e allegramente mi prende per mano e mi porta a conoscere l’ultimo ospite arrivato nella Casa di Anita, un vitellino che sta ancora imparando a reggersi sulle zampe.

Quest’anno è piovuto in abbondanza e le colline di Ngong sfoggiano tutte le gradazioni del verde. La casa è cresciuta, le tre famiglie che accolgono le bambine si sono aperte a nuove ospiti. Fra le altre, è arrivata una piccina che avrà a malapena un anno, abbandonata accanto al cancello. Una domenica mattina Berta, 14 anni, ha sentito un leggero pianto e ha trovato un fagottino di stracci in mezzo all’erba; l’ha preso in braccio ed è corsa a casa.

In un attimo erano tutti svegli: tre mamme, tre papà e quasi 50 bambine sono accorsi attorno alla nuova sorellina. È cominciata così una chiassosa gara per trovarle un nome. Nonché un’allegra "competizione" su quale delle tre famiglie dovesse tenerla. Qualche giorno dopo, la polizia ha rintracciato i genitori che avevano abbandonato la bimba, perché non riuscivano a darle da mangiare. Il papà ha raccontato di aver assistito a tutta la scena, nascosto tra gli alberi, per assicurarsi che non le succedesse niente finché non fosse stata ritrovata. Vista l’estrema povertà dei genitori, i servizi sociali hanno affidato la piccola Wanjuku – questo il suo nome – alle famiglie della Casa di Anita.

Troppi figli in Africa, dirà qualcuno. Forse. Certo è che io preferisco di gran lunga vivere qui piuttosto che in un mondo, come quello europeo, dove, quando parli con giovani coppie, capisci che spesso l’avere figli viene dopo tutto il resto: carriera, soldi... Dove la scelta di avere figli per molti è diametralmente opposta alla possibilità di realizzarsi come persone. Eppure, quale realizzazione più grande che impegnarsi a far crescere nuove generazioni? Costa fatica e sacrifici, ma una persona matura sa capire le cose che veramente contano. E che vivere è anche donare la vita.

Lucy aveva forse nove anni quando l’abbiamo conosciuta in strada, insieme al fratello Duncan di 16. Era l’inizio del 2003, e al nostro Centro di Kivuli non c’era posto per lui. Siamo però riusciti a farlo accettare in un programma di recupero per ragazzi di strada del Governo: adesso sta frequentando l’ultimo anno di un corso per elettricisti. Ha avuto qualche giorno di vacanza ed è venuto a trovare la sorella.

La forza per andare avanti

Approfitta dell’occasione per dirmi solennemente: «Appena comincio a lavorare, il mio primo stipendio sarà per le mie sorelline della Casa di Anita e per i miei fratellini di Kivuli». Forse non lo farà, ma il solo fatto di averci pensato illumina di gioia il volto di Duncan. La voglia di fare il bene è il segno più grande che questi ragazzi hanno ritrovato equilibrio e forza per andare avanti.

Camminare insieme a questi giovani, e insieme a loro rinnovare la propria vita, è un sentiero difficile, ma non ci si stanca, le giornate sono piene, ogni sera si guarda indietro con soddisfazione al tratto di strada fatto, e con ottimismo a quello ancora lungo che resta da fare.

Non mancano i momenti in cui ci si sente stanchi e soli. In cui tutto il peso del male del mondo sembra ti abbia vinto, schiacciato. Allora viene in mente che per una Berta, una Wanjiku, un Duncan, ce ne sono centinaia che non ce l’hanno fatta. Per i quali non c’è stata la possibilità di intervenire, o anche solo di tendere una mano. La lunga, interminabile, pesantissima statistica dei fallimenti. I nomi e i volti di coloro che dagli slum di Kibera o Mathare non hanno speranza di uscire.

Come Esther, che la settimana scorsa è venuta nella casa che abbiamo allestito a Kibera come centro di prima accoglienza per ragazzi di strada. Ha 17 anni, non si ricorda altro che la vita di strada, vorrebbe uscirne, fare la lavandaia, vendere frittelle, qualsiasi cosa. Ha provato senza successo, perché non sa contare, viene imbrogliata, le rubano i soldi e la picchiano. «Non posso farci niente». «No, Esther. Noi siamo qui per aiutarti».

Il vero volto del male

Non c’è nulla che faccia sentire il peso del male quanto incontrare una persona giovane così umiliata e disperata. Non possiamo accettare che i ragazzi crescano senza sogni. È l’accusa più grande che possiamo – dobbiamo – rivolgere contro questo nostro mondo. Questo è il vero volto del male.

Peggio, molto peggio, che non la morte di Sara, che la scorsa settimana è stata portata via dalla leucemia a soli 16 anni. Nessuno ha potuto farci nulla, ma contro le ingiustizie potremmo fare qualcosa. Certamente molto di più.

Nella vita di chi vive coi giovani ci sono gratificazioni istantanee, come quella che mi ha offerto Duncan. Momenti di ristoro che rendono sopportabile il cammino. Il ricordo e la speranza di incontrarne ancora ci sostengono. Ma per il resto la strada è lunga e faticosa. Ed è bello – è giusto – che sia anche così.

Arriva Berta. Ha fatto un disegno. La pagina è piena di cuori, uno vicino all’altro, di colori caldi: giallo, rosa, arancione e rosso. In un angolo in basso c’è scritto World Bank, Banca Mondiale. «L’altro giorno», dice lei, «ci hai parlato della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e del debito estero del Kenya. Nella mia Banca, invece dell’oro ci sono tutti i cuori del mondo!».

Questi giovani stanno crescendo capaci di condividere cose e idee, emozioni e ideali. È questo che vogliamo: che siano capaci di avvicinarsi a tutti, di incontrare gli altri in un rapporto in cui ognuno cresce perché si mette in gioco. Che vivano pienamente e che siano disponibili a donare nuova vita, superando l’autocommiserazione e l’egoismo.

Tutte le lingue di Dio

Questo è anche essere Chiesa in Africa: crescere insieme ai giovani. Come scrive J.Y. Baziou, la missione «è un invio verso lo straniero per andare a comprendere Dio là dove non è ancora riconosciuto. È un viaggio in gruppi umani dove Dio parla lingue che non abbiamo ancora decifrato». Dio è presente nel cuore di tutti, e qualcuno di questi ex bambini e bambine di strada fra qualche anno sarà capace di scrivere una teologia che non abbiamo ancora elaborato, di vivere con una pienezza di vita che non abbiamo ancora immaginato. Saranno loro a parlarci dell’Incarnazione, del Natale, aprendoci a dimensioni che non sappiamo capire.

Questo tempo della Chiesa in Africa è il tempo dell’Avvento. Una Chiesa che si mette in ascolto e che, come Maria, accetta di essere Sorella e Discepola piuttosto che Madre e Maestra.

Famiglia Cristiana, n° 52/2006 a pagina 68

 

PER AIUTARE QUESTI RAGAZZI. E TANTI ALTRI

La Casa di Anita è gestita da tre famiglie di Koinonia, la comunità animata da padre Kizito. A Nairobi (Kenya) e a Lusaka (Zambia), Koinonia gestisce case che ospitano un totale di quasi 300 ex bambini e bambine di strada, e sostiene altre centinaia di ragazzi col necessario per frequentare la scuola e accedere alle cure mediche. I bambini residenti ricevono una formazione completa, che permette loro di affrontare la vita con indipendenza e serenità.
Il contatto di padre Kizito è padrekizito@interfree.it.

In Italia, l’associazione sorella di Koinonia è Amani Onlus.

Le bambine della Casa di Anita e delle altre case gestite da Koinonia possono essere sostenute attraverso adozioni a distanza, ma non individuali. «Non un bambino, ma un progetto» è lo slogan. Versamenti:

  • c/c postale n. 37799202, intestato a: Amani Onlus;
  • c/c bancario n. 503010, Banca Popolare Etica / ABI 05018 - CAB 12100 - CIN G (indicare sempre la causale).

Per ulteriori informazioni contattare l’associazione Amani, via Gonin 8 - 20147 Milano, tel. 02/48.95.11.49, sito Internet www.amaniforafrica.org

 

 

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