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04.01.2008

282// Kenya: nuova emergenza democratica

di Articolo 21

 


“Sono questi momenti decisivi per il Kenya, un paese che era riuscito a diventare, dopo la guerra d’indipendenza uno dei taselli più stabili nell’ampio scacchiere dell’Africa Orientale.” Esprime preoccupazione Padre Alex Zanotelli profondo conoscitore della realtà Keniota. Preoccupazione che si accompagna ad una serie di riflessioni fondamentali per riuscire a comprendere l’ondata di violenze che in queste ore sta scuotendo il paese: “ Quando si parla delle violenze di queste ore non si può tralasciare l’altra grande violenza , quella di un sistema politico-economico che costringe una larga fetta di popolazione a vivere al di sotto della soglia di povertà... Basti considerare che solo a Nairobi 3 milioni di persone sono stipate all’interno di un misero spazio equivalente al 2,5% del territorio cittadino. Baraccopoli sterminate, con l’obbligo di pagarel’affitto, e per molti nemmeno la possibilità di una baracca… E questo succede a Nairobi, la seconda capitale africana in termini economico-finanziari…”
Kibaki, presidente rieletto con dubbie elezioni, aveva vinto la sua prima candidatura con una campagna elettorale mirata. “ Aveva detto basta alla corruzione, al nepotismo, al clientelismo dilagante, ma non è stato capace di mantenere nessuna delle promesse fatte in sede elettorale dando adito al malcontento diffuso; il suo oppositore politico, Odinga, non ha fatto altro che cavalcare il malcontento.” Se da una parte si grida allo scontro etnico, dall’altra non si può dunque fare a meno di richiamarsi alla spartizione della ricchezza: “Kibaki rappresenta l’etnia dei Kikuyu, la maggiore del paese, mentre Odinga, un tempo alleato di Kibaki, proviene dall’etnia Luo, numericamente consistente… I Kikuyo detengono la maggior parte della ricchezza (anche se i maggiori azionisti provemgono dall’India), sono quelli che fanno affari, ai Lao, invece, non è toccata la stessa fetta di torta: era inevitabile che la polveriera scoppiasse com’è scoppiata”.
E a rimetterci sono sempre loro, i poveri, gli emarginati: “ Gli episodi più efferati di violenza si sono scatenati appunto nelle baraccopoli, politicamente volute per mantenere la manovalanza a costi bassissimi…”
Contrariamente alle previsione più nere, Padre Zanotelli si mostra, però, ottimista: “Non credo che in Kenya si possa verificare quello che è avvenuto in Ruanda o in Sudan, il paese ha una maturità maggiore e lo ha dimostrato con le ultime elezioni che si sono svolte in maniera ordinata e con grande partecipazione popolare, gli stessi Kikuyu ( i civili e non la cerchia di Kibaki) non vogliono un’altra guerra, è ancora troppo fresco il ricordo della terribile guerra di indipendenza… Le soluzioni potrebbero essere diverse: le dimissioni di Kibaki ( anche se non credo che ciò avverrà) oppure nuove elezioni sotto controllo internazionale. Difficile allo stato attuale trovare una mediazione tra le parti, anche se credo che un ruolo fondamentale possa essere svolto dalle chiese in virtù del fatto che il 70% della popolazione si dice cristiana”.
Più caute le riflessioni di Enzo Nucci, dalla sede Rai di Nairobi. Nessuna novità rilevante al di là della convocazione, oggi, del Parlamento da parte del presidente Kibaki per fare il punto sulla situazione. “Le notizie circolano con estrema difficoltà, i media non possono coprire in nessun modo gli scontri interetnici, e il divieto non è stato rimosso nonostante le proteste, è impossibile mettere piede all’interno degli slam e anche i ragazzi del posto hanno difficoltà ad andare in giro con le telecamere, sono arrivati persino ad oscurare alcune parabole nei condomini per evitare che si potesse vedere Al Jazeera che in questi giorni ha fatto un ottimo lavoro.”
Anche Nucci condivide la visione di Padre Zanotelli: “Il Kenya non possiede una classe dirigente capace, Kibaki lo ha dimostrato non mantenendo le promesse elettorali, mentre Odinga, forte del disappunto nei confronti di Kibaki aveva riunito attorno a se una vasta opposizione interetnica, ricevendo consensi anche dai kikuyo: sembrava fosse la piattaforma giusta per un confronto democratico…” 
Le vicende gravi di questi ultimi giorni, hanno invece dimostrato come lo spauracchio del conflitto interetnico sia venuto di nuovo a galla, probabilmente manipolato ad hoc, non per niente – conferma Nucci: “Gli scontri più feroci avvengono all’interno degli slam, dove la povertà più assoluta convive necessariamente con la criminalità. Da parte loro, i due contendenti si lanciano in reciproche accuse di genocidio”. Però la gente stamattina è tornata di nuovo per le strade a Nairobi: “I civili hanno voglia di normalità e un bisogno disperato di lavorare, molti di loro vivono a giornata e non lavorare per un giorno significa non mangiare, di contro, sempre a Nairobi, c’è una piccola borghesia che sta crescendo e che un minimo di reddito lo ha anche, oltre ad avere una certa maturità politica, ulteriore freno alla barbarie di questi giorni”.
Si torna dunque al ruolo dei media, soprattutto internazionali: “In Kenya si sta vivendo una vera e propria emergenza democratica, finora si guardava ad esso come avamposto della democrazia per il continente nero, adesso la situazione sta precipitando a discapito non solo dell’economia locale che aveva conosciuto un discreto boom economico ma anche e soprattutto a discapito dell’economia internazionale… non dimentichiamo che qui vivono molti europei, ci sono comunità inglesi, italiane ma anche americane e indiane. La stampa deve illuminare a giorno quello che sta accadendo, la pressione internazionale deve essere massima affinchè i due trovino un compromesso, è l’unico modo per uscirne, giacchè Kibaki non ha intenzione di dare le dimissioni”.

02/01/2008 Fonte: Articolo 21 Articolo di Bruna Iacopino

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