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06.12.2007

256// Per un'informazione corretta sul continente africano

di Enzo Nucci

 

Un continente formato da 53 stati che ospita quasi un miliardo di abitanti : per comunicare tra loro usano almeno 2500 lingue diverse. I colonizzatori occidentali per semplificare realtà complesse e stratificate decisero di passare la spugna su le oltre quarantamila etnie che popolavano l’Africa e stati che fino ad allora non avevano confini.

Ma ancora oggi (dove la globalità è d’obbligo) conosciamo molto poco di questo continente. Le luci si accesero improvvise sull’Africa durante i primi anni sessanta, con la decolonizzazione. I movimenti di liberazione alimentarono molte speranze di un cambiamento. Anche allora però (tranne rare eccezioni) a gran parte di una opinione pubblica fortemente politicizzata sfuggì il nodo fondamentale di quelle guerre di liberazione: una occasione per le grandi potenze (Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina) di scontrarsi tra loro su un campo “neutro” e poi l’eterna battaglia per il controllo delle risorse.

Ancora oggi sappiamo poco di questo continente. Pochi giorni fa è stato lanciato l’allarme umanitario per la Somalia: milioni di persone rischiano di morire di fame. Ma che cosa credete che succeda in una paese dove quotidianamente da 17 anni si scontrano milizie armate, esercito più o meno governativi ed eserciti di occupazione? Dove i nemici di un’ora fa diventano i nostri amici di adesso per cambiare di nuovo fronte l’indomani? La Somalia e’ in emergenza da troppi anni. Lo scorso Natale le truppe etiopi invasero Mogadiscio, cancellando la resistenza delle corti islamiche che a distanza di un anno ha però ricostruito la sua rete. Gli stessi etiopi proprio in questi giorni stanno ammassando truppe (si parla di duecentomila soldati) al confine con l’Eritrea. Si presume che proprio a Natale riprenda la storica guerra tra due paesi divisi dalle mire personali di dittatori e politici senza scrupoli. Il Corno d’Africa rischia di riaccendersi. Come hanno dimostrato le precedenti esperienze, le forze di pace dell’ Unione Africana non hanno mezzi, forza ed autorevolezza per fermare i conflitti. I mediatori occidentali ne invocano l’intervento perché questa è anche l’unica strada per restituire l’Africa agli africani ma sono gli stessi occidentali a non credere nell’opera dell’Unione Africana non sostenendola a sufficienza.

Nella Repubblica Democratica del Congo le elezioni – i cui discutibili risultati sono stati accettati dalla comunità internazionale- non hanno pacificato un paese dove ancora la violenza è il pane quotidiano. Lo stupro sulle donne è sistematicamente usato da ribelli e forze governative, banditi e poliziotti. La regione orientale del paese (ricca di minerali) è un terreno di scontro in cui a pagare è solo la popolazione civile. Lo stesso succede nel Katanga.

E poi il Sudan con Darfur. Ma troppo spesso dimentichiamo la complessità di un paese estremamente variegato che un intellettuale sudanese ci spiega – per rendere tutto semplice a noi occidentali- come il continuo sovrapporsi di carte che mostrano la struttura del corpo umano, così come è illustrato nei libri di medicina.

Una crisi dimenticata – addirittura cancellata dall’agenda dell’informazione- è l’esplosione di una nuova violenza che sta mettendo a rischio la vita dei tre milioni e mezzo di abitanti. Saccheggi e violenze hanno costretto alla fuga almeno centomila civili, molti dei quali rifugiati in Ciad. Già il Ciad in cui i ribelli che si oppongono al presidente appena una settimana fa hanno dichiarato guerra alle truppe francesi presenti sul territorio ed ai peacekeepers (tra cui molti europei) che dovrebbero arrivare per portare la pace.

Sono mondi per noi sconosciuti. Ma al di là delle guerre ignoriamo anche l’emergenza sanitaria che coinvolge anche il mondo ricco. La tubercolosi (una malattia che pensavamo appartenesse solo alla letteratura) è una triste realtà che stringe d’assedio anche il Sud Africa, una delle locomotrici dell’economia mondiale.

Ignoriamo troppe cose. E’ il momento per i media di fare i conti con sé stessi, specialmente in Italia dove si rischia una pericolosa deriva.

Come giornalisti dobbiamo fare uno sforzo: vincere quella pigrizia e quella indolenza per cui tutto è centrale intorno al nostro piccolo ombelico.

Proviamo a seguire i consigli di Ryszard Kapuscinski, uno che conosceva bene questo pianeta dimenticato, quando ricorda che “l’Africa non è solo miseria e guerra. E’ un continente popolato da persone che, lottando contro le avversità del clima, contro le malattie e le avversità sociali, riescono a tenere la fermezza d’animo e ad essere serene. Sono persone in grado di trovare nelle difficoltà della vita anche dei lati positivi, perfino gioiosi”.

Fonte: Articolo21

05/12/2007

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