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27.02.2007

220// Echi dai Continenti

di Nadia Angelucci, NoiDonne

 

Il World Social Forum si è concluso a gennaio, ma i messaggi lanciati in quei giorni continuano a viaggiare. Abbiamo raccolto tre testimonianze che, simbolicamente, parlano al mondo a nome di tutto il Terzo Mondo. Di rispetto per l'ambiente



AMERICA LATINA. IL CONTROLLO DELLE RISORSE NATURALI
Esperanza Martinez, biologa, premio Alex Langer 2002 per il suo impegno “in direzione di una conversione ecologica profonda e socialmente desiderabile che promuova una vera pace tra gli uomini e con la natura”, è stata tra le principali relatrici, al World Social Forum di Nairobi, sui temi ambientali e che riguardano lo sfruttamento dei beni comuni, in particolare delle risorse petrolifere. Come attivista di Acciòn Ecologica, ONG ecuadoriana, e co-fondatrice di Oil Watch ha partecipato al workshop di due giorni al quale hanno preso parte rappresentanti di tutti i continenti invitati dalle più importanti organizzazioni che si occupano della difesa della biodiversità e delle risorse naturali.
Parlando della situazione in America Latina, Martinez sottolinea che ci troviamo in una fase positiva che, nei diversi paesi, sta mostrando aspetti differenti, tutti ugualmente indirizzati al recupero della sovranità nazionale sulle risorse naturali: “dopo anni di privatizzazioni e svendite delle compagnie nazionali si sta procedendo al recupero e alla creazione di aziende per il controllo pubblico dei beni comuni. E’ un processo di riscatto di sovranità nazionale su queste ricchezze fondamentali che sono state fino ad ora sfruttate senza controllo da entità esterne e che potrebbero invece, da ora in poi, contribuire a migliorare la qualità di vita dei cittadini sudamericani”. Malgrado la validità delle azioni di alcuni governi, secondo Esperanza Martinez bisogna però saper distinguere il concetto di sovranità nazionale da quello di sovranità comunitaria. “Nei nostri paesi esiste, tradizionalmente, un forte controllo sulle risorse da parte di elite nazionali che da sempre hanno ostacolato la gestione pubblica dei beni comuni. In questa congiuntura le popolazioni hanno trovato la forza di organizzarsi e mobilitarsi per reagire a queste tendenze privatizzatici e alle prevaricazioni delle multinazionali. Solo il controllo costante delle comunità locali può impedire gli abusi e risolvere possibili conflitti. I governi possono dare impulso a politiche e legislazioni di controllo ma molto di più possono fare i cittadini e le organizzazioni creando corridoi di cooperazione e controllo delle risorse.” I livelli di resistenza, per la leader ecologista, sono differenti e devono essere utilizzati contemporaneamente per avere la possibilità di raggiungere i risultati sperati. “Per frenare le tendenze privatizzatici e l’eccesso di sfruttamento delle risorse bisogna essere in grado di agire con le denuncie legali portate di fronte agli organismi competenti sia a livello nazionale che internazionale, di mettere in atto forme di resistenza civile e di lottare contro le divisioni interne agli stessi movimenti sociali”.


ASIA. VANDANA SHIVA
Al World Social Forum è arrivata anche Vandana Shiva. Indiana, laureata in fisica, ricercatrice nel programma di energia nucleare del suo Paese, decide di lasciare il suo lavoro quando si rende conto delle possibili gravissime conseguenze che potrebbe avere sull’uomo e sull’ambiente. Conosce il movimento Chipko, un’organizzazione ecologista molto popolare tra le contadine delle caste basse himalayane che, dagli anni '70, combatte in difesa delle foreste e contro il disboscamento, ispirandosi alla storia della comunità Bishnoi nel Rajasthan che, più di trecento anni fa, condotta da una donna, Amrita Devi, sacrificò le proprie vite per salvare dall'abbattimento i khejri, gli alberi sacri, cingendoli con le braccia. Questa esperienza la porta a riflettere sui legami profondi tra l’ecologia e il femminismo e ad impegnarsi, in modo sempre più stringente, per la conservazione della biodiversità. Nel 1982 fonda un istituto dedicato alla ricerca indipendente e di qualità sulle più importanti questioni ambientali e sociali, in collaborazione con le comunità locali ed i movimenti, la Fondazione di Ricerca per la Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia. Da questo momento diventa una instancabile attivista, un punto di riferimento per i movimenti indiani e mondiali e una delle animatrici più amate dei World Social Forum. A Nairobi Vandana Shiva ha messo in guardia sul progetto della Rockfeller Foundation e della Bill e Melinda Gates Foundation di donare all’Africa 150 milioni di dollari per una Rivoluzione Verde. Davanti ad un auditorio strapieno e partecipe, che ha più volte interrotto la sua relazione per applaudire, ha raccontato gli effetti della cosiddetta “Rivoluzione Verde” in India: “la dipendenza da fertilizzanti chimici e la monocoltura di quelle che sono chiamate varietà migliorate ha lasciato i contadini indiani nella miseria e travolti dai debiti. I contadini indiani sono forti; per secoli sono sopravvissuti a disastri naturali come inondazioni e siccità ma la Rivoluzione Verde ha portato migliaia di loro al suicidio nell’ultima decade. E’ questo che vuole l’Africa?”. Ha poi descritto questo progetto come “una strategia di progressiva sottrazione di sovranità alimentare per l’Africa” e ha sottolineato come sia pericoloso permettere che la produzione alimentare sia sottoposta alle leggi del profitto. Si deve invece lavorare per evitare che le sementi siano ridotte a merce brevettata da ricomprare di anno in anno – ha aggiunto – e mantenere ed estendere la libertà di riprodurre, migliorare, scambiare e conservare sementi; in questo modo ha presentato il Manifesto per il futuro delle sementi, che sono e saranno fondamentali per l'accesso democratico al cibo e, di conseguenza, per le generazioni che verranno.

AFRICA. UN APPELLO DEL PREMIO NOBEL WANGARI MAATHAI
Presente a molte iniziative sull’Africa e per l’Africa e sostenuta innanzitutto dalla stampa locale che, ogni giorno, le ha dedicato attenzione, Wangari Maathai, è cittadina keniota e a Nairobi, nel suo paese, è stata al centro dell’attenzione durante il WSF.
Da sempre impegnata sui temi ambientali, fondatrice del movimento “Green Belt” che, per combattere il problema della deforestazione e lottare contro la desertificazione, ha piantato 30 milioni di alberi in tutto il continente africano, ha ricevuto il Premio Nobel nel 2004 e la fama acquisita dopo questo avvenimento le ha dato la possibilità di continuare a far sentire la sua voce a favore dei poveri e delle donne. A Nairobi ha richiamato l’attenzione del mondo non solo sulle questioni ambientali sulle quali, dice, “dobbiamo mantenere un’attenzione molto alta” ma anche su quelle legate al debito estero. “Il debito è uno degli ostacoli fondamentali per combattere la povertà, in Africa, in Asia e in America Latina” – ha dichiarato nel corso di un’iniziativa organizzata dalla Chiesa cattolica locale alla presenza del vescovo Martin Kivuva. "Malgrado ci sia una trasformazione positiva dei processi democratici, in molti paesi - ha ricordato la Premio Nobel - il fardello del debito estero continua a rendere impossibile l'emancipazione delle persone dalla povertà". Bisogna ripetere con nettezza che “le lobby internazionali che pretendono la riscossione degli interessi sul debito esterno hanno un comportamento immorale e che le chiese, insieme alla società civile e ai parlamenti nazionali, dovrebbero usare la loro forza per pretenderne la cancellazione”.
Sul tema della salute l’attivista si è unita all’appello dell’African Public Health Rights Alliance, guidata dal vescovo Desmond Tutu, che chiede ai Governi africani di impegnare immediatamente il 15% del budget a loro disposizione in politiche sanitarie, rispettando finalmente un’intesa siglata nel 2001 con l’Unione africana (Ua). E in uno dei momenti più emozionanti del WSF Wangari ha dichiarato che quella della salute è “una delle sfide per fare dell'Africa un continente più dignitoso, con gli Stati che si impegnano per salvaguardare la vita dei loro cittadini”.
E’ poi stata la promotrice della creazione di una rete di donne premio Nobel. Con l’iraniana Shirin Ebadi e la statunitense Jody Williams ha lanciato l’idea di un network di donne “per affrontare congiuntamente gli sforzi per la costruzione della pace, della tutela dell’ambiente e dei diritti umani”. Maathai ha criticato i Governi che stanziano più fondi per le spese militari che per la salute e l’educazione e ha aggiunto che “fino a quando non ci sarà una società civile forte e consapevole non potremo risolvere i problemi basilari dell’Africa come la mortalità infantile, le malattie, la povertà e l’analfabetismo”. Ha concluso che “le donne Nobel, invece di sedersi sugli allori del premio, possono unire le forze e lavorare per una società migliore, usando le proprie diverse competenze”. In una partecipata dimostrazione di solidarietà, nello Stadio Internazionale di Kasarani, le tre Premio Nobel, unendo le proprie mani con quelle delle centinaia di presenti, hanno promesso che useranno la loro posizione per sostenere i diritti delle donne e delle bambine.

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