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19.02.2007

215// Kenya. Un bilancio del World Social Forum di Nairobi. L'Africa protagonista.

di Luciano Scalettari, Famiglia Cristiana

 


La settima edizione del raduno mondiale dedicato a povertà, giustizia e diritti si è svolta anche nelle baraccopoli e ha finalmente visto "gli ultimi degli ultimi" prendere la parola.

Nairobi

Jack Mwengi ha 12 anni, vive a Korogocho e parla inglese. George Otieno ne ha 34, viveva a Korogocho e ne è uscito a 23 anni. Vi è tornato tempo dopo per aiutare i ragazzi di strada, e oggi è a capo del progetto di turismo responsabile di Koinonia, la comunità del missionario Renato Kizito Sesana. Che cosa c’entrano Jack e George col Forum sociale mondiale? In definitiva, Nairobi 2007, con i suoi 55.000 partecipanti, 1.200 eventi, 21 assemblee finali, con la marcia per la pace e la maratona finale attraverso gli slum, ha parlato di loro e con loro. Jack e George ne costituiscono il senso e la sintesi.

La storia di Jack è frutto di un incontro fortuito, il 20 gennaio, la mattina della variopinta marcia che ha aperto Nairobi 2007, partita da Korogocho – uno dei più invivibili slum di Nairobi – e giunta al centralissimo Uhuru Park. I bambini delle baraccopoli di solito non lo parlano l’inglese. Da mezz’ora Jack non mi lasciava la mano. Ho provato con una domanda: la tua famiglia? «Cinque sorelle e quattro fratelli», risponde. «No, mamma e papà no, sono morti».

A scuola fuori dalla finestra

Jack è il più piccolo, il maggiore, John, ha 27 anni. Vai a scuola? «No», replica, «ho imparato l’inglese stando fuori dalla finestra della classe. Ogni tanto, quando mi vede, il maestro mi caccia perché gli altri bambini pagano e io no. Ma dopo un po’ torno». Studente abusivo. Prende appunti su qualche pezzo di carta e si nasconde come può. «Non li abbiamo 500 scellini per iscrivermi a scuola», dice. Cioè 7,46 euro, al cambio odierno. Gli regalo un taccuino e una penna. Jack si ritira in un angolo. Che scrivi? Me lo porge: ha messo i titoli nelle pagine: swahili, matematica, scienze, italiano. «Da grande vorrei fare il calciatore. In Italia», aggiunge, «siete voi i campioni del mondo. Oppure il giornalista, come te».

Un'immagine tratta dal diario del World Social Forum Nairobi 2007, svoltosi dal 20 al 25 gennaio: la celebrazione inaugurale ad Uhuru Park.
Un'immagine tratta dal diario del World Social Forum Nairobi 2007,
svoltosi dal 20 al 25 gennaio: la celebrazione inaugurale ad Uhuru Park.

Lo slogan più ripetuto è "un altro mondo è possibile". Qui ci hanno aggiunto "anche per gli abitanti delle baraccopoli", che a Nairobi sono due milioni e nel mondo un miliardo. Jack prova a realizzarlo origliando dalla finestra. George, da Korogocho, ne è uscito 11 anni fa. «Era l’unico mondo che conoscevo», dice, «fatto di violenza, di chilometri percorsi per un po’ d’acqua o un medico, di fogne a cielo aperto e discariche, di Aids e fame. Ho conosciuto i comboniani, Zanotelli, Kizito, Daniele Moschetti. Sono entrato a Koinonia, dove ho imparato cosa significa vivere in comunità, sentirsi fratelli, pregare insieme».

George ha studiato ed è tornato a Korogocho per lavorare nell’educazione dei ragazzi di strada. Ora dirige The white gazelle, agenzia di turismo responsabile, «per mostrare», dice, «non solo le bellezze del Kenya, ma anche le condizioni di vita delle baraccopoli». Jack e George, ovvero il primo Forum africano. Dopo le cinque edizioni di Porto Alegre e quella indiana, l’Africa ha cambiato pelle e anima al megaraduno. Povertà, ambiente, diritti umani, debito sono sempre stati i temi forti. Ma, finora, i dibattiti si svolgevano lontano dai poveri. «Qui», dice Michael Ochieng, direttore di Africa Peace Point, «si è creato un ponte fra Forum e baraccati. I due mondi si sono contaminati. Il popolo degli slum è tracimato ed è venuto al centro della città e del convegno. Con l’Africa protagonista».

Non a caso, a Nairobi, "disobbedienti antagonisti" di ogni latitudine sono scomparsi, e sono emerse le realtà impegnate per quel diverso mondo possibile: gruppi per la pace, mondo cattolico, missionari, ambientalisti, islamici e cristiani, ma anche enti locali, parlamentari, premi Nobel. Gli italiani sono stati fra i più numerosi: oltre 200 delegati sono giunti con la "Tavola della pace". In tutto 500 partecipanti, fra cui la viceministra Patrizia Sentinelli, che ha firmato l’accordo di cancellazione del debito del Kenya (44 milioni di euro) da reinvestire in sviluppo, 4,4 milioni di euro per 10 anni. Le diverse Caritas sono state presenti con oltre 500 delegati da tutto il mondo, di cui 40 dal nostro Paese. Caritas italiana, al Forum, ha puntato soprattutto sull’informazione riguardo le povertà e i conflitti dimenticati, come spiega Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale: un progetto di alleanza strategica fra società civile, Chiese, mass media locali e informazione.

Italia, fanalino di coda

Quanto a noi, le critiche sono pesanti: «L’Italia», dice Marta Guglielmetti, responsabile nel nostro Paese della Campagna Onu per gli Obiettivi del millennio, «è fanalino di coda tra i Paesi ricchi: per lo sviluppo destina lo 0,19 per cento del Pil. Si era impegnata ad arrivare allo 0,33 nel 2007. Ci sono realtà povere come Mozambico e Bangladesh che stanno rispettando gli impegni. Questo significa che è questione di priorità e di volontà politica, prima che di risorse». Inoltre, per la seconda volta, il Governo non ha versato i finanziamenti al Fondo globale per la lotta ad Aids, malaria e Tbc (260 milioni di dollari), e insieme ad altri Paesi europei sta avallando, come denuncia l’europarlamentare Vittorio Agnoletto, «la linea dura sugli accordi Epa (Accordo europeo di partner-ship) con 76 Paesi poveri, che devono essere siglati quest’anno. L’Ue esige la cancellazione dei dazi doganali, ma non vuole ridurre i propri sussidi agricoli. Senza un accordo equo, per i Paesi poveri sarà un tracollo. L’Agenzia per lo sviluppo dell’Onu ha calcolato che il solo Kenya perderà 300 milioni di dollari l’anno».

Luciano Scalettari



IL PROSSIMO APPUNTAMENTO? IN ITALIA

«Perr me è stato il Forum più bello e più importante. Per la prima volta non abbiamo solo parlato dei poveri, ma abbiamo vissuto insieme con coloro di cui ci siamo sempre occupati». È il bilancio a caldo di Flavio Lotti, direttore della Tavola della pace e del Coordinamento degli enti locali per la pace e i diritti umani (650, tra regioni, province e comuni).

    * È questa la novità di Nairobi 2007?

«Sì, l’oggetto dei nostri discorsi è diventato soggetto dell’incontro. Questo è un fatto che ha marcato il Forum in modo indelebile. Un passo di non ritorno. La novità è il decentramento di tante iniziative che sono state realizzate nelle baraccopoli».

    * Eppure ci sono state polemiche perché i poveri non potevano pagarsi la partecipazione al Forum di 500 scellini.

«È vero, il Comitato internazionale aveva fissato un prezzo troppo alto. Siamo intervenuti come Tavola della Pace, missionari, Caritas per sponsorizzare la partecipazione di diverse migliaia di loro».

    * Dove sarà il prossimo Forum, nel 2009?

«Di nuovo in Africa. Questa è la proposta mia e della delegazione italiana. Se poi, al Comitato internazionale, dovesse prevalere l’idea che manca solo l’Europa come sede del Forum, allora candiderei l’Italia».

    * Da Nairobi hai scritto al presidente Prodi. Perché?

«Perché, vista da qui, la base militare che gli Usa intendono costruire a Vicenza appare più che mai un insulto a tutte queste persone private della dignità e di ogni diritto. Immersi in questa miseria gli investimenti bellici sono inaccettabili. Di chiunque sia quel denaro, sono soldi sottratti alla lotta alla povertà. Se è vero che gli impegni internazionali vanno mantenuti, perché l’Italia rispetta quelli con gli Stati Uniti e non quelli con l’Onu contro la povertà?».

    * Cosa ti ha colpito?

«Innanzitutto, il tema dell’acqua come bene primario. La battaglia contro la privatizzazione dell’acqua è stato un tema dominante. Secondo, la forte presenza della Chiesa. Con una battuta, direi che portare il Forum in Africa è stato come portarlo in Chiesa».

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