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07.02.2007

210// Lo sport a Nairobi: giocare contro la guerra

di Balestri, Discobolo Online

 

Parlare di sport in un Forum Mondiale in Africa, in un continente meraviglioso e affascinante, ma pieno di contraddizioni può sembrare un assurdo, un piccolo sassolino buttato in un lago.
Un Forum dominato dalle problematiche dell’imperfetta economia mondiale, dell’emergenza idrica nel Sud del Mondo, della povertà dilagante, della corruzione dei governi africani, della necessità di piani per l’ambiente…
E in tutto questo parlare di sport, con negli occhi la vita pulsante di Korogocho, slum dalle mille anime e volti. Eppure è possibile, è stato possibile: Hakuna Matata, nessun problema.

L’Uisp si è presentata a Nairobi con pacchi pieni di maglie e palloni, con la volontà di far emergere la vita degli slums attraverso una corsa simbolica, ma che più di tante altre ha fatto toccare con i piedi la discrasia profonda che vive questa città, che non è unica al mondo. Come ha ricordato padre Alex Zanotelli “ogni città ha i sui slums, anche in Europa, anche i Italia abbiamo ancora i nostri ghetti”.
Ma l’Uisp ha anche messo in valigia due idee: parlare dell’importanza dello sport in situazioni di conflitto come strumento di mediazione e denunciare una nuova forma di schiavitù, quella degli sportivi.

Nel primo workshop sono state presentate diverse esperienze e progetti che hanno teso ad evidenziare quanto lo sport diventi efficace come agente di mediazione culturale: un linguaggio del corpo, un sistema di regole che educa, un momento di gioia e divertimento anche per chi ha subito traumi pesanti.
Filippo Fossati, presidente Uisp, ha sottolineato: “lo sport aiuta a ricostruire percorsi attraverso la sua forza. Aiuta a far riappropriare i bambini di un tesoro perduto: il gioco”.
Un gioco spesso negato perché la guerra ha distrutto tutto. Gli fa eco Alain Marengo del Congo: “Lo sport ha la capacità di far incontrare le persone. Porta con sé il valore del rispetto dell’avversario e attraverso di esso è possibile educare i giovani”
Ed Alain durante il social forum ci dimostra che è vero: alla fine delle giornate ha conosciuto persone di diverse nazioni africane e con loro ha costituito l’embrione di un coordinamento per la lotta contro la discriminazione in Africa. Ne fanno parte Tanzania, Madagascar, Burundi, Algeria, Kenia e Congo, ma noi speriamo che con il tempo si aggiungano altri paesi.
Nuccio Iovine è intervenuto ricordando il potere dirompente che ha avuto l’aver organizzato Vivicittà in paesi distrutti dai conflitti come Sarajevo, dando il segno dell’importanza di “costruire i processi di democrazia partendo dal basso, mettendo insieme la società civile, le Ong, le associazioni e le istituzioni, creando occasioni di dialogo e cooperazione”.
Nuccio ha anche ricordato affettuosamente la passione di Maria Dusatti, che con Peace Games ha portato avanti importanti progetti di sport in Palestina e Somalia.
E il lavoro di Maria è tornato nelle parole di Antonio Iannetta che ha raccontato la sua esperienza di cooperante: “A Mogadiscio nel 1999 è stata organizzata una partita di calcio fra Merka e Mogadiscio, città che erano state divise dal conflitto e che non avevano più alcun rapporto. Dopo quella partita si è riaperta una porta, ha ricominciato a fiorire il dialogo e il commercio. La gente si è incontrata nello stadio e finalmente si è parlata”.
La testimonianza più significativa l’hanno, però, sicuramente portata Alex, Jackson e Antony, ragazzi dello slum di Huruma. Hanno creato delle squadre di calcio per bambini, ragazzi e ragazze, creando un piccolo campionato che ha la capacità di aggregare, di togliere i ragazzi dalla tentazione di sniffare colla e di dargli una speranza di riscatto. Infatti, il problema più profondo di tutte le periferie urbane è la droga, e qui in Kenia come in Brasile si sniffa colla, surrogato di cocaina.
Con il loro piccolo progetto questi ragazzi, cercano di ricostruire delle vite, di allontanare tentazioni, di usare lo sport come un collante di rapporti e relazioni. Non sono sociologi, ma dalle loro parole emerge una lettura del territorio e una conoscenza delle dinamiche che si innestano dietro ad un pallone, da far invidia al nostro Ferrarotti.
Ma hanno anche domande, tante: come fare a portar avanti i progetti? Dove trovare i soldi per comprare i materiali? Come emergere dagli slums? Cosa dire ai ragazzi una volta che finisce il campionato?
E ancora una volta si ricrea la magia dell’incontro e dello scambio. Al workshop era presente Michael Ochieng, del Africa Peace Point che ha dato consigli, preso contatti. L’augurio è che da questo nascano dei progetti di collaborazione. Michael ci ha anche ricordato gli altri problemi delle nostre periferie: criminalità, prostituzione, HIV e altre malattie, insicurezza. E ancora una volta ha sottolineato “lo sport ha un potere emozionale profondo, allo sport non interessa nulla di come sei, ma guarda alle tue potenzialità, a quello che puoi dare alla società. Lo sport non guarda l’altro per ciò che è, ma per ciò che può essere. Se insegniamo questo ai nostri ragazzi, possono trovare stimoli nuove e forme di riscatto sociale”.
Al workshop hanno inoltre partecipato e dato la loro testimonianza: Amalicea Colombi (Partecipiamo/Pace Lavori in corso); Joseph Turay (Makeni, Sierra Leone).

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