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06.02.2007

209// Idee_Kibera, dark site of the world

di Paolo Zuliani, Coordinamento Regionale Enti Locali del Friuli Venezia Giulia

 

Kibera, Korogocho. Nomi, suoni, per molti di noi, senza significato. Kibera, Korogocho: non-luoghi in cui si la città si inabissa. Lacerazioni purulente della civiltà, in cui l’umanità sprofonda in vorticosi buchi neri, da cui non escono nemmeno gemiti di dolore. Non-luoghi, aree grigie nella coscienza collettiva dell’Occidente. Non-luoghi rimossi, dimenticati, scansati.
Kibera, Korogocho, sono “città in eccesso”, secondo la definizione di Fabrizio Floris, giovane sociologo torinese, e rappresentano le evoluzioni della città, le nuove realtà urbane del Terzo Millennio, isole clandestine, informali ed informi: gli slums dell’Africa, le favelas del Sud America; ma anche, in forme diverse, le banlieu europee.
A Nairobi i due terzi della popolazione, oltre due milioni di persone, vivono sul 5% del territorio urbano. Vivono vite stentate in baraccopoli clandestine, costruite in avallamenti di terreno, enormi buchi, forre che terminano in discariche.
E proprio da Kibera, non-luogo dove la narrazione, la scrittura, l’immagine trovano il loro limite, non-luogo che può essere solo vissuto, è iniziato il Social Forum Mondiale 2007.
Tra sorrisi e abbracci di bambini che vogliono toccare questa policroma babele di stranieri, a ricercare una sorta di conferma fisica, un riconoscimento esterno del loro esistere, tra l’assenza desolante di vecchi, tra dolori silenziosi, fogne a cielo aperto e lamiere ondulate è iniziato il processo di senso di questo “spazio aperto”, dove sessantamila persone da tutto il mondo si sono incontrate per intensificare la riflessione, realizzare un dibattito democratico di idee, elaborare proposte, stabilire un libero interscambio di esperienze ed articolare azioni efficaci da parte di soggetti e movimenti della società civile che si oppongono al primato dell’economia, all’unilateralismo politico, alle logiche neoimperialiste che improntano i falsi miti del libero commercio.
“Un altro mondo è possibile”, era lo slogan programmatico dei sei intensissimi giorni di lavoro, dove, negli oltre milleduecento seminari, si sono disaminati tutti i temi più importanti del futuro dell’umanità: dalla lotta alle povertà, alla pace, alla ricerca di una redistribuzione equa delle risorse, all’educazione, all’acqua, bene di tutti (la relativa campagna mondiale vede, nel gruppo ristretto di coordinamento, una significativa presenza friulana); dalla cancellazione del debito dei paesi del Terzo mondo, alla tutela dei diritti di tutti gli abitanti del pianeta, alla giustizia sociale, alle nuove strategie di cooperazione - non più univoca ma improntata sulla reciprocità, alla tutela della salute di tutti, alla ricerca di nuovi equilibri ambientali, alla campagna mondiale per smascherare cosa si nasconde realmente dietro l’ipocrita assioma del libero commercio (la campagna è coordinata in Italia da Mani Tese, che ha stampato un interessantissimo volumetto in materia: “Tutte le bugie del libero commercio”).
Accanto ai macro-temi, sono stati realizzati seminari su argomenti di nicchia, importantissimi soprattutto per comprendere la reale situazione della vita quotidiana delle genti del mondo e come le grandi strategie di natura macroeconomica possano condizionare pesantemente la vita dei paesi più poveri del mondo. I famigerati EPA, ad esempio, ovvero gli accordi di partenariato economico (ossia di libero scambio) tra Europa e Africa prevedono, dal 31 dicembre 2007, l’annullamento dei dazi doganali: ma in molti paesi africani il 20-25% del pil è costituito proprio da queste entrate e si comprende il motivo per cui oltre duemila contadini africani abbiano partecipando al Forum manifestando vivacemente per le vie di Nairobi gridando «fermiamo la povertà, fermiamo gli EPA».
Accanto ai lavori del Social Forum, concentrati al Kasarani, ampio complesso polisportivo di Nairobi, ed articolati in quattro sessioni di lavori giornaliere, due mattutine e due pomeridiane, la delegazione italiana, ben coordinata dalla Tavola della Pace di Perugia, ha disposto un’ulteriore agenda, realizzando, in serata, importanti work-shop su tematiche di stringente attualità, volte a comprendere il ruolo della cosiddetta “diplomazia dal basso” nei processi di globalizzazione dei diritti, ad attivare un movimento internazionale affinchè la povertà venga dichiarata illegale, al pari della pena di morte, a dare voce all’Africa, cercando di trovare forme di comunicazione efficaci e veritiere.
Di grande impatto gli incontri con i padri Comboniani che operano negli slums di Nairobi, testimoni diretti di solidarietà non predicata, ma agita: presenti nei luoghi dove il dolore non ha voce, dove la vita non ha valore, dove l’esistere sembra non trovare una dimensione di significato.
Padre Renato “Kizito” Sesana, con i suoi centri di recupero di bambine (la famosa Casa di Anita, descritta nel suo bellissimo volume “Shikò. Una bambina di strada”, posta tra le “verdi colline di Ngong”, narrate da K. Blixen in “La mia Africa”) e bambini di strada.
Padre Alex Zanotelli, già direttore di Nigrizia, che ha vissuto per anni a Korogocho, condividendo con gli ultimi la vita nelle baracche, senza acqua, senza fogne, cercando di ascoltare la voce di Dio anche nei rantoli di chi, sempre in silenzio, muore di fame, di AIDS.  
"Dio dove sei? Datti da fare!" dice Alex Zanotelli in quel "sotterraneo della storia" che è stata l’esperienza di Korogocho, mirabilmente descritta nell’intenso volume “Korogocho. Alla scuola dei poveri”.
Ma anche padre Daniele Moschetti, che ha attivato un efficace centro di accoglienza di bassa soglia e di educazione per bambini e ragazzi di Korogocho, o fratel Gino, laico di Brescia, volontario vero, che da quarant’anni vive e lavora, in collaborazione con i comboniani, negli slums di Nairobi.
Ma la vita e la speranza riescono a scorrere anche negli slums. Grazie anche a Tarcisio, profugo ugandese, plurilaureato in diversi paesi d’Europa, che è ritornato tra i profughi degli slums di Nairobi, attivando, fra mille difficoltà, una scuola. O i ragazzi di Kibera che, grazie a micro-progetti friulani di cooperazione decentrata, hanno potuto avere un centro sociale - una baracca di lamiera, in cui si incontrano, discutono, fanno musica, teatro; attivano processi di autoformazione sulla prevenzione all’AIDS: prendono consapevolezza di sé stessi.
Fatica fisica, fatica percettiva, fatica morale nella grande marcia di venti chilometri negli slums di Nairobi, a conclusione dei lavori del Social Forum, lasciando sullo sfondo le inquietanti sagome dei grattacieli di cemento e vetro e acciaio che elevano al cielo azzurro dell’Equatore la sconsolante testimonianza di una modernità inutile.
Sudore e lacrime di rabbia venivano egualmente bruciati dal sole incalzante dell’equatore.
La polvere rossa alzata dal vento asciugava la gola. Il maleodorante tanfo del fango verde soffocava anche tante nostre certezze. Le centinaia di occhi di bambini che volevano essere toccati, accarezzati, considerati, urlando “Auaiu?” - “How are you?”, mentre per un istante smettevano di contendere ai pochi cani randagi i miseri resti delle discariche: le centinaia di mani strette resteranno, per i partecipanti del Social Forum Mondiale di Nairobi, il sugello di un impegno, di un patto forte per poter essere, al rientro nelle nostre comunità, voci, sentinelle, testimoni della realtà di questo mondo che ci appare lontano, irreale, totalmente altro; ma soprattutto essere operatori che cercano, nella concretezza della quotidianità, di combattere questi abissi di povertà; di ricercarne le radici, le cause; di cercare di creare consapevolezze, attraverso progetti di educazione sociale nelle nostre comunità, sulle nostre - del mondo occidentale - responsabilità storiche e attuali della miseria; di sviluppare processi e azioni concrete per dare un futuro possibile a questo mondo. L’Africa siamo noi!

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