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05.02.2007

207// In Africa povera anche l'informazione

di Mauro Sarti

 

NAIROBI – Un incontro, a settembre 2007, tra giornalisti africani e giornalisti italiani. Uno scambio di materiali e informazioni sulle guerre dimenticate (centinaia) dell’Africa al di sotto dell’equatore. Finisce così, all’ambasciata italiana di Nairobi, il primo confronto tra la stampa estera presente in Kenya nei giorni del World Social Forum. A proporlo è padre Renato “Kizito” Sesana, giornalista e grande conoscitore del continente “nero” che incassa subito l’adesione della Federazione della stampa (Roberto Natale), dell’agenzia Redattore Sociale e di tutti quelli che la sera del 24 gennaio sono riusciti a raggiungere il centro di Nairobi per partecipare all’appuntamento promosso dalla Tavola della Pace di Flavio Lotti. Chi parla dell’Africa? E quando? Con quali immagini? Dove nascono le notizie nel continente più dimenticato di tutti? La guerra alla povertà in Africa si combatte anche dando più voce all’informazione, alzando quel volume che per troppo tempo è rimasto sottotono, ripetono in tanti. Poche radio commerciali, pochissime “comunitarie”, giornali un po’ troppo “governativi” e molti free-lance, tra fotografi e reporter, che cercano di far pubblicare in occidente – tante volte senza riuscirci -  i racconti di quel poco che si riesce a sapere dell’Africa.

Il World Social Forum di Nairobi è stata così un’occasione anche per il fare il punto sulla situazione dell’informazione dall’Africa sul versante italiano. Giulietto Chiesa (oggi paralamentare europeo), Roberto Natale (Fnsi), Massimo Alberizzi (corrispondente del Corriere della Sera), padre Giuseppe Caramazza (direttore della rivista New People) e padre Renato “Kizito” Sesana della comunità “Koinonia”, Enzo Nucci (fresco di nomina come responsabile della sede di corrispondenza della Rai da Nairobi), la presidente dell’associazione stampa estera a Nairobi, Ulrike Kolea e la responsabile di “The Big Issue Kenya”, Diane Sengor (giornalista senegalese che ha realizzato anche il giornale quotidiano del Wsf,  “African Flame”). Tante domande, poche risposte. E sempre le stesse.  “Dall’Africa si riportano sempre storie negative – apre la discussione Ulrike Kolea -  ma non è solo un problema dell’Africa. Qui è difficile seguire tutto perché l’Africa è grande. L’Europa è grande come solo il Sahara. E spesso mancano le immagini che accompagnano le notizie, così le storie sono meno vendibili. E non interessano ai giornali”. Per Dian Sengor serve invece “un’informazione sull’Africa fatta dagli africani ed una maggiore formazione che porti ad una più alta sensibilità pubblica”. “Mi capita di dovere ascoltare spesso i media internazionali – continua - per sapere quello che succede qui. Manca una coscienza nazionale e “The African flame” è una delle poche esperienze d’informazione fatta dagli africani per l’Africa. L’Italia ha e può avere un ruolo importante: non per niente la prima radio locale di Nairobi è nata grazie ad una ong italiana”.

E la grande stampa? Massimo Alberizzi, del Corriere, parla dell’ignoranza che c’è tra i giornalisti. Il vero problema – dice  - è che non c’è specializzazione: “Esiste il giornalista sportivo, quello economico, quella esperto di borsa e finanza… Ma dov’è il giornalista esperto di Africa?  Cosa vogliono leggere gli italiani dell’Africa?”. Enzo Nucci (Rai) racconta la sua “splendida anomalia”:  “Solitamente quando un’azienda decide di aprire una sede all’estero ci sono ragioni di carattere economico e politico, ed ad esempio questo può essere successo certamente per la Cina. Ma l’Africa non è mai rientrata in un progetto organico dell’azienda Rai, l’unica fonte d’informazione costante da questo continente è la rivista Nigrizia, l’agenzia Misna, oppure bisogna parlare con padre Kizito per sapere, dal di dentro, quello che sta succedendo. C’è poi un problema di non conoscenza: l’Africa è un continente composto da 54 stati, dove si parlano 2100 lingue diverse (dal fondo della sala replica Kizito: “Io ci ho messo tre anni per capire qualcosa del Sudan…”). Ma la Rai che arriva in Africa è comunque un evento. C’è però un’altra faccia della medaglia: “Non basta mettere la bandiera su Nairobi – continua Nucci - serve continuità. Anche in questi giorni sul Wsf c’è un deficit d’informazione: la notizia è sottotono, i pezzi vengono messi nelle edizioni meno importanti dei Tg e non ci sono tanti giornalisti italiani. Ma l’Africa è la culla dell’umanità e merita di più. Diceva un pensatore africano: “Se Adamo ed Eva fossero nati nel Texas, la Cnn ce lo ricorderebbe tutti i giorni… ”.  

Per Giulietto Chiesa “milioni di persone non sanno nulla di ciò che succede in Africa. E’ il segno che non interessa quello che accade qui? Falso. Quello che passa sull’Africa è solo quello che decidono coloro che hanno il potere di costruire l’agenda dell’informazione. Il sistema della comunicazione oggi fabbrica soltanto sogni e menzogne. Bisogna fare dell’informazione una battaglia politica”.  “La paura dell’altro” è un altro dei difetti cui fa invece cenno padre “Kizito”: “Abbiamo parlato di provincialismo, ma anche noi giornalisti missionari molto spesso ci portiamo dietro non solo il provincialismo, ma anche il razzismo. Dobbiamo lavorare per tirarlo via: se siamo coscienti di questo dobbiamo fare un’informazione più seria”. Saluta citando l’esperienza di “The big issue Kenya”, il primo giornale di strada africano battezzato proprio durante i giorni del Forum e che nasce da un progetto che vede insieme l’editore del magazine one line www.newsfromafrica.org, Koinonia e il Kenya Young Congress Foundation di Kibera (Nairobi).
Chiude Roberto Natale, giunta Fnsi: “Questo è un lavoro che continua. Ci siamo incontrati, giornalisti e movimenti, con l’impegno di autarci a vicenda. Ne è nata un’allenza singolare: Tavola della pace, enti locali, sindacato, riviste missionarie, agenzie del sociale. E il fatto che ora esista una sede di corrispondenza della Rai a Nairobi è un primo grande passo. Ma non basta: ora bisogna continuare ad impegnarsi per la riforma del sistema dell’emittenza e per la riforma della Rai. Una riforma che coinvolge necessariamenti sia i giornalisti che una buona parte della società civile”.

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