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31.01.2007

196// La sfida di Nairobi. Forum, marcia nella miseria. Per capire

di Emiliano Bos, Avvenire

 

Nairobi, 25 gennaio 2007 - L'esercito della speranza si accalca sulla spianata della chiesa di St. John di Korogocho poco dopo l'alba. Il popolo delle baraccopoli si presenta in massa ai cancelli della parrocchia.
Tutti in fila per la maglietta bianca. Costa 10 scellini - una manciata di centesimi di euro - ma per un giorno permette alla moltitudine di questo slum di Nairobi di essere visibile. È la "Marcia per i diritti di base" che chiude il settimo Forum sociale mondiale, il primo in Africa. Un itinerario di 14 chilometri attraverso i non-luoghi della capitale, insediamenti di baracche privi di fogne e diritti.
A dare il via c'è anche il viceministro degli Esteri Patrizia Sentinelli, reduce dalla firma di un accordo di conversione del debito con il Kenya. La riconoscono i tanti italiani presenti, tra cui l'associazione "Libera" con don Tonio Dall'Olio tra i promotori della corsa. Ma gli occhi dei "dwellers" - gli abitanti delle non-case degli slum - sono tutti per lo starter d'eccezione: Paul Tergat, leggenda vivente dell'atletica keniana. «Credo nel riscatto di questa gente» quasi sussurra tra la confusione della partenza. Si solleva una nuvola acre di polvere ocra. Le gambe smilze di atleti locali molleggiano su e giù per lo sterrato di Korogocho. In calzoncini anche don Raffaele Sarno, maratoneta per passione e cappellano del carcere di massima sicurezza di Trani per professione, nonché direttore della Caritas locale. Dietro, il serpentone delle migliaia che camminano.
E che respirano i fetori di stradine piene di canali di scolo e buche. Una donna abbraccia padre Alex Zanotelli, missionario per 12 anni a Korogocho. Non serve il "tuttocittà" per cercare l'indirizzo della miseria. Basta guardarsi intorno. Pomodori ammonticchiati su uno stallo di legno prospiciente un rivolo maleodorante. Chilometro uno, slum di Kariobangi. Sorrisi e saluti dai balconi di fatiscenti palazzine di 4-5 piani. Al primo incrocio nessuno sa fornire indicazioni ai camminatori, tensione e confusione. Mancano i 4 00 volontari in t-shirt gialla, ben dislocati invece sul resto del percorso. «La salute non e' in vendita» ritmano senza avere il fiatone africani e svedesi dietro uno striscione. Chilometro cinque. Slum di Huruma, dove forse l'amministrazione di Nairobi ha concesso un terreno in comodato d'uso agli affittuari delle baracche.
Alla rotonda di Kibanga road, tre ragazzi in cenci sniffano colla. Traffico in tilt tra i "matatu" - i taxi collettivi a basso prezzo - sulla salita dello slum di Mathare, una sterminata distesa di tetti di lamiera. Chilometro otto. Quartiere somalo di Easley, la Mogadiscio del Kenya. Cambiano lingua e odori. Si parla in somalo e si respirano aromi di cannella e spezie davanti al Baraka Bazar. Abdinassir interroga i camminatori, ormai sfilacciati come una corda di canapa. Flavio Lotti, coordinatore della tavola della pace, sudatissimo: «Non c'è possibilità di descrivere cosa si è visto e respirato. Chiunque fa politica dovrebbe provare questa esperienza». Accanto sventola l'iride della pace. Chilometro undici, zona industriale di "commercial road". Le periferie-satellite appartengono a un'altra galassia.
Ecco Uhuru Park, macchia verde con aiuole e fiori curati nel ricco centro della capitale. Fine della corsa, fine del Forum sociale. Prosegue la lotta contro la povertà. «Se non prendiamo in mano il nostro destino - dice dal palco il Nobel per la pace Wangari Maathai - continueremo a essere il continente della povertà». Lo sanno bene gli invisibili dei 202 slum di Nairobi.



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