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30.01.2007

185// Idee_L’Africa in marcia. La maratona attraverso le baraccopoli.

di Riccardo Della Sbarba, Presidente del Consiglio provinciale di Bolzano

 

Nairobi 25 gennaio 2007 - Korogocho in lingua swhaili significa caos. Dunque non ci si può meravigliare se tutto ciò che era stato previsto nel programma della maratona attraverso le baraccopoli sia saltato. Alle sette di mattina sul piazzale della Chiesa di St. John le file per la registrazione e la consegna della maglietta sono interminabili. File di centinaia di persone pazienti che aspettano, quattro, cinque file sull’enorme spiazzo, che s’intersecano e si confondono. O meglio: siamo noi europei a confonderci e girare come trottole. Loro invece, le donne gli uomini e i bambini, aspettano pazienti e si muovono in armonia, come se una mano invisibile li guidasse nonostante siano saltati tutti i piani dell’organizzazione. In ogni caos c’è un ordine nascosto.
Così, a un certo punto, quando è venuta l’ora (quella invisibile, non quella ufficiale), quando nel piazzale non c’entra più nessuno, improvvisamente la direzione della fiumana si inverte, punta al cancello d’ingresso, lì si ingorga, si accavalla, si comprime e infine sbocca: la maratona è partita.
Attraversiamo la strada principale di Korogocho. I bambini salutano: “aia ju?” che poi sarebbe how are you? Ma non so se interessa loro la risposta. Sanno solo che se gridano aia ju? a un bianco, quello si mette a gesticolare come una scimmia e i piccoli si divertono.
Quando dico “bambini” dovete immaginarvi una quantità enorme, inimmaginabile di bambini di tutte le età che si ammucchiano e sciamano, corrono e ti prendono la mano: aia iu? Quelli che frequentano le scuole informali o quelle delle missioni sono vestiti in divise e fanno una massa colorata, uno sciame rosso a destra, uno verde più avanti, tutti cinguettanti aia iu? come uno stormo di passeri. In Africa la vita è abbondante. Siamo puntini bianchi in un’enorme massa nera.
Camminiamo con loro. L’Africa è in cammino da millenni, e continua a camminare. Si sveglia alle cinque del mattino e alle prime luci centinaia di migliaia riempiono le strade di Nairobi. Vanno dritti lungo le strade, camminano sulle traversine della ferrovia, coi passi più lunghi dei nostri, più veloci dei nostri, lungo percorsi fatti ogni mattina e rifatti ogni sera quando il sole cala.
Samuel mi cammina accanto per un po’. Mi dice che per arrivare al punto di partenza ha già camminato per 13 chilometri, perché abita dall’altra parte della città, nel Westlands. E ora saranno altri 15, fino al traguardo. Tantissimi (soprattutto tantissime) corrono in ciabatte e arrivano in fondo senza mai fermarsi. Perché sì, dimenticavo di dire: l’Africa quando cammina non si ferma mai, finché non è arrivata. Neppure noi, che le camminiamo accanto, ci fermiamo.
Fare insieme una strada, chiacchierare, passarsi da bere, offrire pacchetti di glucosio, spicchi di mango, ananas o papaia. Ridere, ridere, ridere, specialmente le donne. Aprirsi un cammino tra le auto i camion i bus che occupano lo spazio e avvelenano l’aria. Bonificare le strade della bidonville. Salutare la gente ai bordi della strada di terra rossa, dare valore a quella strada, a quelle baracche ai lati, a quell’agglomerato di capanne, lamiere, bracieri, bancarelle e vita, vita, vita.
Si passa dallo slum di Huruma, lungo Juja Road, asfaltata, dove l’economia informale si è specializzata per ondate successive: qui i falegnami che montano letti, più avanti i venditori di materassi, quindi le baracche dei divani e dei tavoli, quelle della ferramenta, poi il girone dei fabbri che si trasforma in quello dei riparatori di biciclette, che si evolvono in riparatori di motociclette e infine si emancipano in autofficine: evoluzione armonica delle forme del darsi da fare.
Ma queste sono le capanne che si affacciano sulla strada. Dietro sprofonda la valle di Mathare, e lì anche la baraccopoli sprofonda in basso, sotto il livello delle fogne, dove l’acqua putrida ristagna e nel ristagno affondano persone.
Arriviamo a  Eastleigh, lo slum musulmano, il più malfamato (“Passate da Eastleigh? Ma siete matti?”). Nella prima parte ci sono case e perfino condomini a più piani, le bancarelle sono ricche, diverse vendono anche libri. Non fosse per la strada. La strada corre mezzo metro incassata in basso, è sterrata e allagata: dieci, venti centimetri di acqua putrida, una cloaca a cielo aperto. Ma la strada è la strada e dunque attraverso questa strada ci passano auto, bus, camion con le gomme metà affondate nel putrido e noi ai lati, mezzo metro rialzati, soffocati dal lezzo, ci affrettiamo sperando che non ci investa uno schizzo.
Ma Eastleigh degenera a poco a poco, le case lasciano il posto a nuove baracche e infine la strada costeggia una discarica dove uomini e ragazzi coi vestiti color spazzatura frugano tra i sacchetti insieme alle capre. Siamo ai bordi dell’aeroporto militare. Enormi Tupolev gialli ondeggiano da lontano, ci puntano e ci passano beccheggiando venti metri sopra la testa per andarsi a posare subito al di là della rete. Non si potrebbe abitare, lì a due passi dall’aeroporto. Ma è proprio dove non si può abitare che sorgono gli slums, i 200 slums di Nairobi.
Passato il ponte sopra la ferrovia che divide l’inferno delle bidonville dal paradiso del centro (a Nairobi non c’è purgatorio), il paesaggio cambia. A sinistra della strada ci sono due enormi campi da golf; proprio così, campi da golf nel pieno centro cittadino, con tanto di ricchi neri vestiti all’inglese con la borsa delle mazze a tracolla. La gente delle baraccopoli attraversa il confine invisibile tra la disperazione e il privilegio e dilaga nel centro, ci sono i ragazzi di strada che annusano colla, ci sono gli stormi di piccoli delle scuole informali, ci sono le donne con le ciabatte infradito, ci sono i volontari dei gruppi per i diritti umani, tutti dilagano in centro per una volta almeno sentendosi in diritto.
L’arrivo è l’Uhuru Park, là dove il Forum Sociale è cominciato e dove oggi, con la “maratona attraverso gli slums per i diritti basilari” si conclude. Dall’enorme palco si suona e si canta e ogni tanto si parla. Viene letto il messaggio augurale di Nelson Mandela. Accanto a chi legge una donna traduce simultaneamente nel linguaggio dei gesti. I poveri d’Africa diventano facilmente sordi.
Ma i poveri hanno una voce e oggi, alla fine del Forum, la levano forte contro gli organizzatori. “La prossima volta vogliamo fare da soli!” grida una donna nel microfono sul palco.
“Korogocho Mirror”, il giornale della baraccopoli, denuncia che “nessuno dei nostri gruppi di giovani o di donne è stato coinvolto né nella preparazione, né nello svolgimento del Forum”. E Margaret Obunga, attivista per i diritti umani a Korogocho, accusa: “Che succederà il giorno dopo questo Forum? Avrà aggiunto un piatto di polenta di granturco sulla mia tavola?”.

Ieri è arrivata la notizia della morte di Ryszard Kapuscinski, il maestro del giornalismo che meglio ha raccontato l’Africa. Concludo questo diario citando a memoria una sua frase: “Non si può raccontare delle persone senza averne condiviso, almeno un po’, il destino. Il cinico non è fatto per questo mestiere”.

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