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30.01.2007

151// Idee_La terra dei poveri

di Riccardo Della Sbarba, Presidente del Consiglio provinciale di Bolzano

 

Nairobi 22 gennaio 2007 - Sulle baraccopoli lo sguardo esterno non funziona, nessuna parola è sufficiente. La baraccopoli avvolge, coinvolge, attraversa, sconvolge. Ti chiede di condividere e poi darne testimonianza. “Torna dai tuoi e racconta” ti ripetono i padri comboniani. Milioni di persone, in Europa, non sanno assolutamente nulla di quello che accade qui.
Oggi nella baraccopoli di Korogocho - coi bambini sulle ginocchia che sbirciano i nostri quaderni - si cercano le parole per spiegare.  Un miliardo di persone nel mondo già vive negli slums, spiega padre Daniele Moschetti. Tra 20 anni saranno 3 miliardi. A Nairobi, su 4 milioni di abitanti due milioni e mezzo vivono in uno spazio pari al 5% del territorio urbano. Il resto è spazio vuoto, o occupato dai grattacieli del centro sorvegliati da guardie armate. La città verticale dei ricchi, il formicaio di baracche dei poveri. In mezzo, nulla.
Ma la baraccopoli è anche energia, creatività, danza e canto continuo. Mille attività economiche: il 20% del Pil del Kenya è prodotto dall’economia illegale delle baraccopoli. Lo slum è un anello – l’ultimo, il più degradato, ma anche il più a portata di mano – del mondo delle merci. Nella baraccopoli i poveri dei villaggi, i rifugiati delle guerre, i profughi delle catastrofi ambientali tentano l’approdo alla nostra civiltà.
Bancarelle di beni recuperati in discarica, barbieri, bar, baracche che con una Tv e un videoregistratore diventano il cinema degli ultimi. I bambini di strada hanno dipinto una mappa di Korogocho: c’è Grogan, mano che impugna un coltello, dove si fabbrica alcool clandestino. C’è Mukuru la discarica, dove chi entra non uscirà. Questi sono i gironi dell’inferno.
Ma c’è anche Nyayo, col mercato delle bancarelle migliori, e Githaturu e Highridge, con i centri religiosi e le scuole informali. Si entra nella baraccopoli dai vicoli più degradati e poi si tenta di risalire verso la città delle merci. Ma i più vengono rigettati indietro e la provvisorietà si prolunga all’infinito. Una definitiva precarietà, un agglomerato che sulla carta non esiste, eppure sopravvive e cerca un futuro, pur condannato a un elementare presente.
Fabrizio Floris è ricercatore dell’università di Torino e ha deciso di vivere nella baraccopoli per raccontarla. Korogocho nasce come sistemazione provvisoria, 20 anni fa, dopo lo sgombero di quartieri degradati del centro. A sud, su terreno appartenente al Comune e allo Stato furono dati “permessi provvisori di permanenza”. Chi li ebbe costruì baracche di fango. Poi cominciò ad affittarle ad altri. Oggi – racconta Floris – il 65% dei residenti a Korogocho sono inquilini di proprietari che non risiedono nello slum.
Nello slum si può ottenere facilmente un guadagno immediato e facilmente perderlo, ci si può facilmente ammalare, si può esercitare il potere della violenza, si può creare legami di solidarietà e salvezza. Quel che non si può ottenere sono i beni pubblici collettivi: la sicurezza, la giustizia, la salute, l’istruzione oltre un certo livello. Qui ci vorrebbero le istituzioni, ma per le istituzioni la baraccopoli non esiste. A Kibera, periferia nord di Nairobi, un milione di abitanti, la bidonville più grande dell’Africa, l’acqua viene venduta da chioschi privati a uno scellino al litro. I ricchi del centro, collegati all’acquedotto, la pagano 80 volte di meno (avete letto bene: di meno!).
Lo slum è il trionfo del mercato senza freni, è una città informale autocostruita, è la forma urbana dell’epoca contemporanea.
La prima cosa da fare, dice Floris, è dare la terra a chi la abita. Se i baraccati diventano proprietari della terra che abitano, potranno investire i loro guadagni per migliorare la loro condizioni lì dove vivono e non in un illusorio altrove. Padre Zanotelli propone che l’Italia condoni il debito che vanta verso il Kenya (44 milioni di dollari) in cambio dell’assegnazione della terra ai baraccati.
Ma le parole non dicono tutto, qui a Korogocho. Devono trasformarsi in rito collettivo. Il seminario si conclude con la benedizione della terra della baraccopoli. Un gruppo di bambini – uno con l’eterno barattolo di colla tra i denti – tiene alta una scodella di terra rossa e i padri cantando la spargono sulle nostre teste.
Terra santa, terra dei poveri

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