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30.01.2007

139// Idee_Le messa a Korogocho, rito di riscatto e di rivolta.

di Riccardo Della Sbarba, Presidente del Consiglio provinciale di Bolzano

 


NAIROBI 21 GENNAIO 2007 - La messa nel centro dei missionari comboniani di Korogocho è una festa popolare, un atto di dignità e di rivolta. Sulle prime file siede il coro, poi sui gradoni dell’anfiteatro all’aperto centinaia di uomini, ancor più donne e ovunque bambine e bambini che qui, al contrario che nel centro di Nairobi, non chiedono l’elemosina. Sull’altare in mezzo a una ventina di preti c’è Alex Zanotelli, tornato dai suoi per il World Social Forum. Dietro il crocefisso l’enorme scritta: Another world is possible, un altro mondo, un’altra vita, un’altra esistenza è possibile.
La messa dura tutta la mattina, con la gente che non smette di arrivare, col via vai festoso dei bambini. Si balla, si canta, si predica, si benedice. Benedetta sia la luce, si canta con le mani alzate e tese verso est, centinaia e centinaia di mani per ringraziare il sole che riscalda. Benedetta sia l’acqua, bene comune, e guai a chi se ne appropria per trarne profitto, predica Zanotelli nel cuore dello slum più grande e assetato di Nairobi, dove esiste un gabinetto ogni 1300 abitanti e dove non c’è rete fognaria, ma un dedalo di canali maleodoranti che serpeggia a cielo aperto tra le baracche. Benedetto sia chi promuove la pace, annuncia padre Daniele Moschetti, successore di Zanotelli, e in segno di pace ciascuno lega un filo di lana al polso di chi gli sta vicino.
Quando i preti distribuiscono le ostie, ci accorgiamo che la comunione non la facciamo soltanto, la stiamo vivendo. Sono 30 anni che non mi confesso, sussurro a padre Alex quando arriva il mio turno, ma qui mi sembra giusto. Lui mi abbraccia e mi infila il pezzo di pane in bocca.
La messa sfocia senza discontinuità nel festival dei bambini di strada, gli orfani dell’Aids: gruppi di ragazzi dai dieci ai sedici anni senza dimora, indossano pastrani di pelle come una divisa, le povere loro cose in un sacco di juta, qualcuno respira colla da un barattolo giallastro con lo sguardo perduto.
Sullo sfondo, davanti ai nostri occhi, oltre il torrente fogna, sulla collina discarica fantasmi umani grandi e piccoli contendono ai grandi marabù che volteggiano nel cielo la sopravvivenza quotidiana.
Dopo la messa, ciascuno di noi è adottato da una famiglia e condotto nello slum. L’anziana Elizabeth e la giovane Francisca ci prendono per mano e ci portano. Tutta Korogocho, 120 mila abitanti, è costruita sulla discarica, e della discarica vive in un incessante riciclaggio di tutto ciò che può essere utile. Il materiale recuperato approda su migliaia di banchetti: scarpe spaiate, vestiti, parti di auto e di moto, lamiere, metalli, verdure, carta, barattoli, plastica, tanta plastica, ovunque residui di sacchetti di plastica da spesa impregnano il terreno, le piante, le costruzioni.
Elizabeth ha 25 anni, è andata a scuola fino alla seconda superiore, parla perfettamente inglese, ha lo sguardo intelligente, ma ha abbandonato perché non ha i soldi per pagare l’iscrizione, i libri, i quaderni. Ci mostra la sua capanna di fango, legna e lamiere, più bassa di lei. Che posso fare? ci domanda. Che possiamo fare? le domandiamo. Nessuna domanda ha una risposta. Più in là un gruppo di bambini gioca con un telefonino, sotto la ruggine una lamiera che fa da tetto pubblicizza ancora una nota ditta di computer.
Non siamo su un altro pianeta. Siamo nel punto più degradato del ciclo delle nostre merci, nell’ultima discarica della nostra civiltà, nell’altra faccia della nostra stessa medaglia.


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