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30.01.2007

193// Karibu Africa, Kwa Heri Nairobi! Benvenuta Africa, arrivederci Nairobi!

di Marco Bersani

 


L’Africa c’è e il Forum Sociale Mondiale di Nairobi, appena concluso, lo ha dimostrato.

Il continente considerato solo come terra di predazione e di spoliazione dalle grandi multinazionali del pianeta fa sentire la sua voce e da oggi il movimento altermondialista è ancor più globale.

Non era facile né scontato.

Perché l’Africa non è l’America Latina, né l’India, con i loro movimenti popolari di massa e una storia di resistenza radicata nei territori e nelle popolazioni.

E perché le premesse di questo settimo FSM apparivano dense di contraddizioni e di ambiguità : la stessa scelta di Nairobi rischiava di far divenire il Forum un incontro limitato alle grandi ONG del nord del mondo e alle elites politiche di movimento.

Ma poi, quando uno spazio si apre..

E allora ecco le centinaia di bambini delle baraccopoli di Korogocho e di Kibera che, dapprima timidamente, poi in forma organizzata e determinata, irrompono nel Forum reclamando ed ottenendo ingresso libero, acqua e cibo gratuito per chi non può pagare.

E così il collegamento simbolicamente previsto tra le baraccopoli, da cui partivano la marcia iniziale e la maratona conclusiva, e il FSM diventa quotidiano e reale, apre contraddizioni e le spinge oltre.

La determinazione dei ragazzi degli slums dimostra come sentissero talmente loro il Forum Sociale Mondiale da ribellarsi all’ennesima, incomprensibile esclusione. E così il Forum si è trasformato, arricchito, contaminato.

Non c’erano i numeri di Mombay, né avrebbero potuto mai esserci. Ma oltre 70.000 donne e uomini si sono incontrati in cinque giorni di seminari, dibattiti, assemblee. E si sono riconosciute in centinaia di piccoli cortei e di performance musicali e teatrali che hanno scandito senza interruzioni gli spazi all’aperto del Forum.

E sono nate reti di movimento, intrecci fra organizzazioni, nuove consapevolezze collettive, obiettivi comuni.
Diversi europei hanno scosso la testa di fronte alle palesi difficoltà organizzative (sala stampa di difficile funzionalità, traduzioni spesso inesistenti, ricerca dei seminari come caccia al tesoro). Forse sarebbe bene che si domandassero come mai in un continente come l’Europa, dove spostarsi è facilissimo, dove la tecnologia consente comunicazioni veloci, dove i problemi quotidiani non sono montagne da scalare, sia così difficile mettere in piedi reti continentali di movimento in grado di lottare nell’Europa delle multinazionali (sarà solo un caso che l’unica rete continentale nata negli ultimi anni sia stata quella contro la direttiva Bolkestein, ovvero contro un attacco ai diritti sociali degli europei?).

Ma l’Africa c’è.

E chiama proprio l’Europa.

E ci chiede di lottare dentro il nostro continente.

Perché da qui arrivano le politiche dei sussidi agricoli che, finanziando l’agro-business da esportazione, distruggono l’agricoltura di sussistenza delle comunità africane, provocando povertà e urbanizzazione forzata.

Perché da qui arrivano gli EPA (Accordi di Parternariato Economico) che l’UE vuole firmare entro il 31 dicembre 2007 per aprire i mercati africani ai prodotti e ai servizi europei, in una sorta di terza e definitiva colonizzazione.

Da qui arrivano le multinazionali dell’acqua che, attraverso le politiche di privatizzazione imposte da FMI e Banca Mondiale, si stanno impossessando di un bene comune e di un diritto umano, mettendo quotidianamente a rischio la stessa sopravvivenza quotidiana di migliaia di persone.

Da qui le industrie farmaceutiche impongono, attraverso i TRIPS, ovvero gli accordi sulla proprietà intellettuale dei farmaci, la morte per AIDS di milioni di persone in tutto il continente africano.
Tutte cose forse conosciute, ma che nelle baraccopoli di Nairobi diventano George e Joseph, bambini di nove anni che, come migliaia di loro coetanei, sniffano la colla tutto il giorno per fuggire la fame e i fantasmi di una notte ancora una volta passata in strada; diventano donne come Cecil e Monika, che tengono in piedi tessuti relazionali e comunitari in mezzo alla disperazione di baracche di lamiera in cui si vive in sei persone in uno spazio di tre metri per tre; per cui si paga l’affitto, e l’acqua costa cinque volte più che nel centro ricco di Nairobi; e si lavora nella gigantesca discarica –pagando per poterlo fare- alla ricerca di qualsiasi cosa vendibile chissà a chi e dove.

L’Africa chiama l’Europa e chiunque è stato a Nairobi non può più dire “Io non lo sapevo”.

A ricordarcelo sono le donne africane, instancabili promotrici di movimenti, forti e determinate come solo la quotidianità di vita può renderle, capaci di resistenza e di danza.

A ricordarcelo sono le chiese, uniche realtà presenti nella condivisione e nell’autopromozione.

E sono i bambini, capaci di sorrisi che a noi vengono difficili anche nei nostri giorni migliori, curiosi del mondo in un mondo per niente curioso di loro.

Sono nate reti importanti a Nairobi. Per un lavoro dignitoso, contro la privatizzazione dell’acqua, per il ritiro senza se e senza ma degli EPA, contro gli OGM, per i diritti delle donne, per i diritti alla casa e a una vita dignitosa, per il diritto alla salute e contro l’AIDS. Sono nate da movimenti partecipati dal basso, capaci di consapevolezza e di strategia, che avevano bisogno di incontrarsi e hanno potuto farlo dentro il Forum Sociale Mondiale.

Ora il Forum è finito.

Inizia un anno di lavoro e di lotta.

Perché la prossima volta i movimenti africani possano dirci “Benvenuta Europa!”

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