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24.01.2007

156// Nessuno ha raccontato l'Africa come lui. Nairobi si ferma per Kapuscinki

di Mauro Sarti

 

NAIROBI – In silenzio, senza rumore, come il ticchettio leggero di una macchina da scrivere. E come sempre aveva vissuto. Se ne va Ryszard Kapuscinski e Nairobi si ferma in silenzio. Il più grande raccontatore dell’Africa, il reporter bianco che più di tutti ha narrato le guerre e le povertà del continente dimenticato da tutti lascia il vuoto dietro di sé. Oggi in tanti lo ricorderanno qui a Nairobi, al World Social Forum, in tanti lo avevano conosciuto, ascoltato, ospitato nelle loro case, anche in quelle più povere. Ryszard Kapuscinski ha ridato valore al mestiere di reporter e ha rimesso le cose in ordine quando ha ricordato che “il cinismo non è adatto a chi vuole fare il giornalista”. Si è preso il tempo per scrivere, e lo ha imposto ai suoi editori. A guardarlo non aveva certo il fisico del grande inviato. Robusto e sorridente, un po’ impacciato, lento. Eppure Kapuscinsky ha fatto la storia del giornalismo internazionale. Ha riscritto le regole della buona informazione e del reportage moderno. Il suo ultimo libro, “Autoritratto di un reporter” (Feltrinelli) era nella mia valigia qui a Nairobi. Una raccolta di tutti i suoi interventi sul giornalismo, sul rapporto con le fonti, su cosa scrivere e cosa no. Una piccola bibbia dell’informazione fatta in mezzo alla gente, senza strafare o farsi travolgere dalla quella velocità che nel nostro mestiere uccide l’approfondimento. “Sono convinto, e lo sono sempre stato - racconta – di non potere né scrivere, né parlare di qualcosa che non ho visto di persona, qualcosa che non ho vissuto e di cui non ho condiviso i rischi. E’ l’unico modo di agire e scrivere. Il mio editore e il mio direttore non c’entrano niente, sono io che devo sapere di essermi guadagnato il diritto di parlare di certe cose” . Il minuto di silenzio che verrà fatto oggi alle 13 al Wsf di Nairobi durante la conferenza stampa di presentazione della prossima marcia Perugia-Assisi è solo il primo, piccolo, riconoscimento per un grande giornalista che ha saputo andare incontro a chi non aveva le gambe per muoversi. E questo, ne sono certo, vale più di quel premio Nobel che non ha mai ricevuto.

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