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23.01.2007

131// A Korogocho mi hanno presa per mano.

di Marina Senesi, Caterpillar, Radio 2

 

Korogocho, sto partecipando alla messa nella comunità di padre Moschetti. Si intonano canti, si balla, si battono le mani tutti insieme. E' tutto bellissimo davvero, però fa caldo e poi siamo qui da ore e poi ho la pressione bassa… insomma mi defilo per qualche minuto. Cammino fino all'ombra del muretto rosso , mi siedo, chiudo gli occhi, forse mi sto per addormentare. D'un tratto: "Ma-ri-na, "
Spalanco gli occhi. La vocina che ha pronunciato il mio nome ha il volto di un bambino africano mentre legge il pass del Social Forum che porto appeso al collo. E uno dei bambini della comunità: sa leggere. Per niente turbato dal mio soprassalto mi porge un foglio di carta con scritto il suo nome.
Farfuglio: "Addì ?… Eddy? " E lui si sganascia.
Incasso lo smacco come farei con mio nipote che ha più o meno la sua età .
Adì e' un bel bambino vestito dignitosamente. Probabilmente fa parte di quei bambini che la comunità accoglie e accudisce insieme alla madre. Evidentemente ha deciso che gli sono simpatica, mette la sua manina nella mia e non la stacca nemmeno quando il caldo comincia a farla scivolare nel mio palmo sudato. Non posso fare a meno di pensare che io da piccola, figuriamoci se tenevo la mia mano nella mano sudaticcia di qualcuno. Nemmeno da grande, eh. Ma Adì lo fa in maniera così naturale che viene naturale anche a me. Altri bambini stanno arrivando verso di noi così mi alzo e sempre con la mano di Adì rigorosamente nella mia torniamo a Messa . Passano i minuti, allento la presa perché lui si senta libero, e lui stringe ancora di più. Finisce la messa, la gente sfolla, i bambini si rincorrono per gioco. Ora, penso io, si staccherà, andrà con loro. Invece no. Mi dirigo con lui verso il gruppo del mio pullman e vedo venirmi incontro Francesco Cavalli con una macchina fotografica a tracolla. Vuole farmi uno scatto, mi esorta con un gesto delle braccia a radunare intorno a me i dieci, venti bambini che ora ci stanno correndo incontro. Mi metto in posa con tutti i bambini che si accalcano e per un attimo mollo la presa di Adì. Un attimo solo prima di sentire di nuovo la sua manina che si stringe alla mia. Francesco ci fa una, due, tre foto. I bambini ridono. Io premo segretamente sulla mano di Adì in segno complicità e lui ricambia la mia pressione. Solletico le sue dita e lo sento ridere. Dico lo sento perche' adesso siamo in posa per la foto e lui sta con la schiena contro la mia pancia. Sento che si appoggia. Ride ancora di più quando accenno una specie di solletico e metto le mie mani sul suo petto. Lo sento reagire all'abbraccio, sento il suo cuore che batte forte e siccome gli altri bambini si stanno allontanando mi chino e lo giro verso di me per concludere il mio abbraccio. Solo in quel momento mi accorgo che il bambino non e' Adì.
Capisco che Adì aveva lasciato la presa e un'altra manina si era insinuata nella mia senza che mi accorgessi del cambio. Questo e' un bambino lacero, sporco di una sporcizia che mi sgomenta. E' un bambino randagio che si e' avvicinato per cercare cibo. Un bambino malato: punture di insetti, croste sulle labbra , gli occhi impastati di materia gialla. Un gattino in una discarica di rifiuti. L'avrei preso, l'avrei curato e poi avrei detto a tutti: "Avete visto com'e' bello? Sapeste in che condizioni l'ho trovato! " Un gattino, dico. Lui no.
Lui - potendo ragionare prima - non l'avrei toccato, non mi sarei neanche avvicinata, semmai avrei chiamato qualcuno. Ma ormai e' fatta e ora non posso, non voglio negargli quest'abbraccio. Ci provo ma lui proprio come un gattino malato si spaventa del mio gesto forse irruento, si divincola e scappa via.

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