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13.12.2006

8// Che ne sai tu di Nairobi?

di Redazione

 

Il  Kenya di Nairobi. la megapoli che  scoppia per troppa gente in troppo poco spazio, dei contrasti  stridenti. Nairobi la bella, la corrotta, l’astuta, la ricca, la  tranquilla, la caotica, la piangente. Nairobi significa fonte,  dove  nasce l’acqua. Dove nasceva l’acqua ora vi sono le sue  figlie che si prostituiscono, per mangiare, per dare di che vivere  ai propri figli, dove tutto sembra perduto e perso, nei rigagnoli  delle baracche, della gente ammassata su luride catapecchie e il  sopruso è la legge.  Si  fa di tutto per vivere: si vende ogni cosa, si ruba, si coltiva  anche il più piccolo spazio di terra. Ma è dove c’è la puzza  di marcio, di lurido, che si alzano al cielo piccole ma forti  fiammelle di speranza. E’ nei luoghi più impensabili che la  speranza prende forma. Dove la resurrezione si vede e si  tocca, la si desidera ardentemente, dove la vita batte la morte  anche quando tutto sembra dire di no. 

Moderni  grattacieli si stagliano sugli ampi viali di Nairobi,  maggiore città del Kenya  e centro commerciale, culturale e delle comunicazioni della  nazione, nonché nota località turistica e via d'accesso per le  riserve di caccia del Kenya. Nairobi si trova immediatamente a sud  dell'Equatore,  tuttavia, data l'altitudine,  gode di una piacevole temperatura.  La maggior parte degli abitanti di Nairobi abita in grandi  caseggiati popolari. Il Governo e l'industria  sono la principale fonte di lavoro della città.

In  origine sorgente  paludosa  lungo la linea ferroviaria, Nairobi si sviluppò successivamente  come insediamento coloniale, fino a diventare la moderna e  frenetica capitale del Kenya. Conosciuta dal popolo  indigeno dei Masai come N'erobi, o "luogo  delle acque fredde", alla fine del XIX secolo la città attirò  i coloni britannici, desiderosi di coltivare i fertili altipiani  circostanti. Molti di essi giunsero a Nairobi su quella  che gli scettici britannici soprannominarono "la Ferrovia dei  Pazzi".

Man mano che questi coloni si impossessavano della terra più  produttiva della regione, cresceva il risentimento tra la  popolazione locale dei kikuyu. La loro rivolta, chiamata la  Ribellione dei Mau Mau, scoppiò nel 1952. Fu ispirata dagli  scritti di Mzee Jomo Kenyatta, che auspicava l'avvento di una  riforma territoriale e che, in qualità di padre del nuovo Kenya,  divenne il primo presidente della nazione.

Quando conquistò l'indipendenza dalla  Gran  Bretagna nel 1963 Nairobi era una città di frontiera.  Attualmente è una delle più importanti città dell'Africa,  e vanta ampi viali su cui si affacciano grattacieli, molti spazi  aperti e un affollato aeroporto internazionale; ospita inoltre la  sede del Programma ambientale delle Nazioni  Unite.

Il turismo è una fonte sempre più importante di valuta estera  per il Kenya e Nairobi è anche un famoso punto di partenza per i  safari. La riserva di caccia del Nairobi  National Park, fondata nel 1948, è situata 24 km circa  a sud della città. 

Un contributo del "Kituo cha Sheria" Nairobi, una tragedia urbana  Introduzione  A Nairobi, capitale del Kenya, circa due milioni di persone (il 55% della  popolazione complessiva della capitale) abitano in più di 100  baraccopoli. Sono, tuttavia, stipate nell’1,5% della superficie totale,  che non è di loro proprietà, e    vivono, inoltre, nella costante paura degli sfratti forzosi e delle  demolizioni delle loro baracche.  

La causa di questa crisi è una politica di governo che rifiuta di  riconoscere gli insediamenti informali urbani come zone abitate. Il governo considera, infatti, la terra pubblica  occupata dai poveri come una terra libera da destinarsi, in qualsiasi  momento, alle classi dirigenti politiche o a privati per lo sviluppo del  commercio. Nell’ultimo decennio, il Kenya ha assistito alla rapida  privatizzazione delle terre pubbliche, cedute, come ricompensa, in cambio  della fedeltà politica. Gli occupanti di queste terre sono stati  letteralmente cacciati. Di conseguenza, numerosi keniani vivono nel loro  paese in condizione di rifugiati, privati della terra, della casa e persino dei più basilari diritti umani e della dignità.   

La  situazione storica e attuale negli insediamenti informali.
Dal punto di vista storico, la comunità  abusiva è emersa in Kenya con l’avvento del colonialismo.  All’inizio del 1800, il governo coloniale britannico dichiarò che le  vaste distese di terra della colonia, comprese le terre occupate dagli  Africani nativi, erano terre della Corona, in altre parole proprietà di  Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Il governo britannico creò delle  “riserve” in cui gli Africani nativi furono costretti a vivere. In questo modo, i colonizzatori bianchi poterono impadronirsi dei terreni  migliori e coltivarli. Nella seconda metà del 1800, i colonizzatori  europei continuarono ad espropriare sempre più terra e ad allontanare la  maggior parte dei keniani dalle loro case. Quest’ingiustizia fu la causa  della rivolta dei  Mau Mau e della lotta per l’indipendenza.  

Il nuovo governo post-coloniale trascurò la questione della terra. Così,  milioni di keniani (che erano stati rinchiusi nelle riserve dopo che i  colonizzatori si erano impossessati delle loro terre) diventarono degli  abusivi senza terra che, a causa della povertà delle zone rurali e  dell’enorme crescita della popolazione, migrarono verso la città in  cerca d’occupazione. Lo stato, in Kenya, non ha mai fornito alloggi per  i poveri. Perciò, nel corso degli anni i poveri hanno costruito le loro  abitazioni (baracche di una stanza) sui terreni liberi statali con materiali quali plastica, polietilene,  cartone, fango e canne di bambù.  

Gli insediamenti informali di Nairobi, quanto quelli di altre città  keniane come Mombasa e Nakuru, sono seriamente sovraffollati, insicuri e  antigienici.In media, cinque o sei persone vivono in una baracca che  misura dai tre ai sei metri quadrati. Le baracche sono talmente ammassate  tra loro che la densità  degli  abitanti è di circa 250 unità per ettaro, contro le 25 unità del ceto  medio e le 10 unità dei ceti abbienti. Le strade di questi quartieri sono  dei vicoli stretti e sporchi, spesso allagati e impraticabili durante le  stagioni delle piogge. Le infrastrutture urbane sono assenti: mancano  l’elettricità e l’acqua potabile. L’acqua si deve comprare da dei venditori rincarata 10 volte rispetto al prezzo  delle autorità locali. I servizi  igienici sono inaccessibili a più del 95% della popolazione che deve  pagare per usare uno spazio aperto o una latrina (ce  n’è una  ogni 50 abitanti). Da qualche tempo non si effettua più la  raccolta dei rifiuti che si accumulano, così, in enormi masse antigieniche che ostruiscono anche i canali di scolo. L’assenza dei  servizi per lo smaltimento dei rifiuti ha provocato seri rischi per  l’ambiente e per la salute, inclusa una maggiore incidenza di malattie  come tifo, colera e tubercolosi.  

La corruzione è dilagante nel settore informale. Quasi tutte le persone  che vivono nelle baraccopoli sono costrette a pagare degli affitti  esorbitanti ai padroni delle baracche e ai ricchi proprietari terrieri. C’è  una sorta di mafia gestita dai capi locali e dai loro aiutanti che  costringono i poveri a pagare dei compensi illeciti solo per parlare con  loro. Per riparare, invece, un tetto da cui filtra l’acqua, i baraccati  devono pagare circa 3.000 scellini keniani (40 dollari).   
I capi vietano ai baraccati di incontrarsi e aggregarsi, imponendo il  loro controllo e la loro intimidazione tramite arresti e violenze fisiche.  I baraccati, di conseguenza, non riescono ad organizzarsi per opporsi a  questa repressione e per sviluppare dei programmi di miglioramento degli  alloggi e delle condizioni di vita. Questo sistema di estorsione genera un  altissimo livello di insicurezza e di violenza e indebolisce le strutture  sociali e comunitarie. 

L’accaparramento delle terre e gli sfratti forzati dello Stato  Negli ultimi dieci anni, le terre pubbliche sono diventate una merce  molto pregiata, distribuita dai partiti politici in cambio della fedeltà  politica. Il governo, abusando del suo immenso potere, ha dato ai suoi  sostenitori vaste porzioni delle terre pubbliche, occupate da generazioni  dai poveri che sono stati sfrattati, contro la loro volontà, per fare  spazio allo “sviluppo”. La maggior parte degli insediamenti informali  si trova proprio su queste terre statali vicine al centro della città.  Sono, quindi, terre molto costose e potenzialmente molto redditizie.   S

oweto è un esempio di un sobborgo di Nairobi che è stato decimato. A  Soweto vivevano più di 7.000 persone, alcune delle quali trasferitesi lì  negli anni ’60. Nell’ottobre 1996, un potente uomo d’affari di  Nairobi, Stanley Munga Githunguri, ha demolito e sfrattato tutto il  quartiere con l’appoggio della polizia.  Una notte, un gruppo di 200 uomini armati di randelli ha assalito il  quartiere e,  sotto la vigilanza della  polizia, ha preso a sassate i residenti, saccheggiato i negozi, incendiato  le case e spianato ogni struttura. Tre residenti hanno perso la vita nel  tentativo di salvare le loro case. 

Nell’ambito  delle dispute riguardanti l’alloggio e la terra, la politica ha   purtroppo un ruolo molto più importante della legge. Il processo  giudiziario dovrebbe difendere i diritti dei cittadini. In Kenya, invece,  il sistema legale è totalmente corrotto. Le corti, infatti, chiudono un  occhio di fronte agli sfratti forzosi e illegali degli abitanti dei  quartieri abusivi ed autorizzano anche il rapido accaparramento dei  terreni (un fatto caratteristico del Kenya odierno). In sostanza, le corti  archiviano tutte le cause riguardanti gli sfratti o la requisizione dei  terreni eseguiti da parte del governo a scapito dei poveri.  

Dall’inizio  degli anni ’90, gli abitanti delle baraccopoli di Nairobi e Mombasa  hanno fondato due associazioni: Muungano wa Wanavijiji e Ilishe Trust. Il  loro obiettivo è di informare e unire tutti gli abitanti dei quartieri poveri, affinché essi stessi possano opporsi agli sfratti forzosi e alla  requisizione delle terre. Queste due associazioni lottano, pertanto, per  la riforma della legge sulla terra, divulgando tutte le informazioni  possibili sul diritto all’alloggio e alla terra. Hanno anche organizzato  dei programmi di risparmio per unire più saldamente i propri membri   e rafforzare la loro posizione di comando.  

Nell’anno  del Giubileo, i capi religiosi del mondo hanno sollecitato la restituzione  di tutte le terre sottratte ingiustamente. Il 1° luglio 2000,  l’associazione Muungano ha lanciato una sua campagna a favore dei  diritti sulle terre cittadine, per far conoscere la situazione dei  baraccati che non hanno un posto dove vivere dignitosamente. Il Kenya è  un paese che vanta una delle maggiori disparità delle ricchezze nel  mondo. L’associazione Muungano protesta proprio contro l’immoralità  della situazione a Nairobi, in altre parole contro il fatto che il 55%  della popolazione vive nell’1,5% della terra e che nemmeno quell’1,5%  le appartiene. Nel loro manifesto, le due associazioni sopraccitate  chiedono anche: 
1- Una moratoria relativa alle demolizioni e agli sfratti effettuati  con il pieno appoggio della legge. 
2- Il riconoscimento ufficiale del diritto alle terre dove  vivono i poveri della città.
3- Il diritto ad  un alloggio sicuro e permanente per gli abitanti degli insediamenti  informali. 

Oltre  agli abitanti dei quartieri poveri, l’associazione Muungano vuole unire  anche tutti i settori della società per sostenere la riforma della legge  sulla terra. L’associazione Muungano ha ricevuto l’appoggio pubblico  dei capi dei maggiori movimenti religiosi, delle associazioni  professionali e della società civile keniana. Muungano ha un ruolo molto  importante nell’attuale periodo storico del Kenya perché il governo,  sollecitato dai cittadini, ha accettato di riesaminare la legge. Muungano  ritiene che il dialogo con lo stato sia l’unico mezzo che possa permettere a tutti i keniani di beneficiare della terra   del loro paese.     

FONTI UTILIZZATE: ·        www.giovaniemissione.it 

A cura di: Elena Ranfa, Tavola della pace     

-----------------------------------------------------------------------------[1] KCS (Kituo Cha Sheria), organizzazione per la tutela e la promozione dei diritti del popolo kenyota.

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